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Il progetto SKA e gli aborigeni nel magico cielo dell'Australia

L'astronomo Steven Tingay racconta un mix di scienza e cultura

15 Marzo 2019

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Roma, 13 mar. (askanews) - Prende corpo nel deserto dell'Australia occidentale un progetto scientifico che unisce astrofisica, antropologia, cultura, un pizzico di mistero: parliamo di Ska, il maxiradiotelescopio per indagare le origini dell'universo che sarà sviluppato anche in Sudafrica. Steven Tingay, docente di astrofisica alla Curtin University e Vicedirettore esecutivo del Centro internazionale per la Radio Astronomia dell'ateneo australiano, responsabile - sotto vari aspetti - del progetto in Australia occidentale.

Tingay era a Roma il 13 marzo per la firma di un documento essenziale: "Abbiamo posto una pietra miliare per il progetto" spiega, intervistato negli studi di Askanews. "I paesi membri che partecipano al progetto hanno firmato il trattato fondativo dell'organizzazione internazionale che costruirà e opererà il telescopio. Si tratta in effetti di due telescopi, uno in Sudafrica e uno in Australia. Entrambi saranno molto più potenti di qualunque altro radiotelescopio mai costruito e guarderanno indietro nel tempo, quasi fino all'inizio dell'universo. Il telescopio in Australia è progettato per osservare le prime stelle e le prime galassie nate con la formazione dell'universo, trenta miliardi di anni fa, poco dopo il Big Bang".

Questo incredibile progetto nasce all'interno di un progetto ancora più incredibile di cooperazione culturale: il telescopio con le sue antenne viene costruito sul territorio degli indigeni australiani.

"I nostri telescopi devono essere costruiti in zone remote per allontanarci dalle interferenze umane. Abbiamo scelto una parte dell'Australia occidentale che è territorio degli indigeni Wadgerj-Yamaji, che occupano quell'area da decine di migliaia di anni. Possiamo costruire il nostro telescopio solo con il loro permesso e la loro collaborazione. Lavoro da dieci anni con gli indigeni su progetti che riguardano la loro visione del cielo notturno comparata alla visione del cielo che hanno gli occidentali".

"Uno dei risultati della collaborazione è stato un progetto in cui scienziati e artisti si sono aiutati a vicenda a capire la loro visione del cielo; gli artisti poi hanno creato quadri per una mostra anzi per diverse mostre che hanno viaggiato in tutto il mondo; in Italia sono arrivati nel 2016. Queste mostre sono servite a far circolare la cultura aborigena fuori dall'Australia".

Fra le cose che più hanno colpito Tingay in questi anni, il fatto che

"tutti gli umani possono guardare al cielo notturno, meravigliarsi di fronte alle stelle e chiedersi da dove vengono e che posto hanno nell'universo. E' un'esperienza umana comune. Ma ci sono anche differenze interessanti: per esempio gli occidentali tendono a formare costellazioni unendo i punti luminosi delle stelle nel cielo, mentre gli indigeni australiani per creare le loro immagini nel cielo, guardano anche alle masse scure che appaiono per esempio fra una stella e l'altra nella Via Lattea".

"Ma sono colpito anche dalla profonda saggezza della cultura indigena, una cultura che ha migliaia di anni di osservazione del cielo e di vita sul territorio. I popoli indigeni sono stati sconvolti e sradicati negli ultimi duecento anni dall'arrivo degli europei, e di conseguenza anche la loro cultura è stata sconvolta. Oggi c'è uno sforzo profondo di quella che chiamiamo 'riconciliazione' per mettere insieme indigeni e non indigeni, ricordare la storia e andare avanti. Questo progetto, nel suo piccolo, descrive benissimo il principio della riconciliazione. E credo che ne abbiamo visto i benefici, spero che continueremo. Abbiamo lavorato per un decennio, spero lo faremo per molti decenni ancora".

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