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Non solo i comunisti

Giuseppe Conte, Renato Farina: "Dietro di lui i comunisti e i salotti buoni"

12 Settembre 2019

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Che brutta vita quella dell' Unto dai Signorini e da nessun voto popolare, nemmeno all'assemblea del suo condominio. È la solitudine che ti penetra in certi momenti. E non è quella del potere, perché il potere non c' è, è pura finzione. Giuseppe Conte ha improvvisamente capito di essere circondato da molta gente e nessun affetto. Se il matrimonio di grillini, piddini e comunisti è di convenienza, lui ne è la copertura, il palo mentre si consuma la rapina. Lui ha il compito di infiorare il postribolo del potere, ma neppure chi gli dà la fiducia e lo ha mantenuto a Palazzo Chigi gli concede rispetto, gli riconosce dignità. Ma sì, i suoi sodali lo fanno a chiacchiere, ma il Conte-bis è un uomo solo senza comando.

Uno che gli ha messo addosso il manto regale dell' apparenza ma lo ritiene un fantoccio.
Alla fine gli unici che lo stimano sono quelli che lo trattano male, lo prendono a sberle come voltagabbana e traditore, ma almeno lo considerano degno di un colpo di sciabola cavalleresco. Gli altri soffiano petali, agitano piume di struzzo sulla sua testa, ma la sinistra è un' idrovora, lo risucchierà e lo renderà innocuo gingillo dell' apparato, buono per le parate. Altro che da burattino a burattinaio, come ha titolato Repubblica. Lo hanno turlupinato. Si era illuso. Adesso hanno cominciato a tirargli i fili da sopra, a farlo muovere, alzandogli il braccio sinistro, solo il braccio sinistro, eh.

RINNEGATO
Veniva quasi voglia di concedere a Giuseppe Conte una lacrimuccia di tenerezza, vedendolo ieri mattina e poi nel primo pomeriggio così indifeso, spesso a braccia conserte, prendendo appunti per non pensarci. Immaginiamo il suo rimuginio. Ma come? Perché? Gli editorialisti di sostegno, una specie di vecchia guardia napoleonica strettasi intorno a lui a lustrargli le scarpe di vernice, improvvisamente nel giro di dodici ore, subito dopo il suo discorso per la fiducia alla Camera, così carino e mite, erano diventati severi o peggio ancora condiscendenti, che è il massimo del disprezzo in uso presso la crème intellettuale che ripugna chiamare radical chic, ma da un po' di tempo se ne vanta pure e allora tiè. Sin dai talk show di lunedì sera, ma soprattutto all' alba di ieri, sui quotidiani amici della nuova maggioranza (e cioè della sinistra, quindi del 90 per cento della stampa) Conte, che non è affatto scemo, aveva colto un certo disagio e un mezzo rinnegamento. Si vergognavano di aver agitato fino ad un attimo prima il turibolo davanti a un simile condottiero con la spada di latta, a cui avevano fatto credere fosse stata forgiata nella fucina di Vulcano.

Nel video (Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev) le parole di Conte su Ursula von der Leyen

SENZA INFAMIA NÉ LODE
Ma sì, ieri la compagnia che comanda i titoli e i toni del giornale unico di sinistra lo ha trattato come il banale e fortunato avvocato della cordata Alpa-Bonafede-Vaticano, il quale aveva cambiato cliente, era passato dai giallo-verdi ai giallo-rossi, un buon mercenario senza infamia né lode, un sei meno meno per qualunque causa fosse ingaggiato. Che importa: i processi non si vincono con le arringhe delle pagliette, contano i rapporti di forza, sono loro a creare il vincitore e il vinto, altro che il suffragio universale: si manipola. Bravino e utile Conte, ma non esageri, non creda sul serio di essere diventato l' apollineo dio dei tempi nuovi. Abbia un po' di pudore, adesso che ha ottenuto la fiducia e conservato l' ufficio a Palazzo Chigi, stia quieto, faccia da parafulmine esposto alle saette, mentre sotto si spartisce la roba. Crederà mica di governare sul serio?

Durante la discussione per la fiducia al Senato se ne stava immoto, inutilmente riparato da una eleganza che non è interiore, ma tutta fuori, una specie di scudo, come la pochette a quattro punte troppo perfetta per non essere nevrotica. Confesso. Per un po' ho tifato per lui. L' ho percepito incerto. Ho sperato in un soprassalto di moralità. Non un rinnegamento delle sue scelte di questi giorni, figuriamoci. Ma almeno la rivendicazione del machiavellismo, una sincera ammissione di cinismo, secondo la scuola dei miglioristi comunisti, alla Amendola e Napolitano, o - riferendosi ai suoi maestri cardinali - secondo la realpolitik di Casaroli e Silvestrini.

Illusione. Il mio è stato un abbaglio della nostalgia, un errore sentimentale, perché il nostro premierino ha sempre l' aria del ragazzo della Via Paal, di un David Copperfield appena uscito dal collegio. Poi lo sentiamo parlare e capiamo: è Uriah Heep. Ed è disposto a tutto pur di meritarsi il voto dei comunisti e degli ex comunisti uniti nella lotta con Lor Signorini dei terrazzi e dei salotti della Grande Bellezza dei Sorrentino e dei Saviano, della Bocconi e di Wall Street, anche di Piazza del Gesù. Mario Monti e Pier Ferdinando Casini, insieme all' estrema sinistra rossa, l' unica ostentatamente al governo in un Paese occidentale.

STIZZITO
Quando, poco dopo le 16, gli tocca replicare alle critiche dei senatori, anzi a un senatore solo, Matteo Salvini, si vede che l' anatroccolo azzimato becca con cattiveria. Gli importa solo di se stesso e vuole tornare a meritarsi la stima di coloro che in Parlamento e fuori l' avevano trattato ancora il 24 luglio, un mese e mezzo fa (in realtà un secolo), come un reticente servo della Lega quando informò il Senato sul caso dell' Hotel Metropol di Mosca.

Quindi bastarono pochi giorni e il medesimo giullare di Salvini fu, sia pure con prudenza, individuato come faro del nuovo umanesimo progressista quando inviò una lettera al suo ministro dell' interno per sbloccare il porto di Lampedusa sotto Ferragosto. Fino a essere esaltato quale eroe della resistenza antifascista e duce a cavallo dei «nuovi assetti» ministeriali (copyright di Graziano Delrio). Ma sì che ce lo ricordiamo tutti. Quando il 20 agosto morse Salvini al Senato sembrava trasformato da una magia nell' aspide di Cleopatra, balzò fuori dal cesto e stillò veleno eliminando il tiranno.

GIORNI RADIOSI
È allora che Conte visse i suoi giorni radiosi sul carro di Grillo e di Marx, di Casaleggio e Zingaretti. Lavorava alla quadra tra M5S e Pd, tutti finsero che la sua fosse un' impresa da Ercole ed insieme da Pico della Mirandola. Lui ci credette e purtroppo ci crede ancora, povero re travicello. Ma francamente erano capaci tutti, bisognava solo trovare un Quisling: e lui era perfetto nel ruolo di cameriere del giro-pizza.

Pochi giorni fa ha avuto l' onore di una citazione di Repubblica per la sua splendida acqua di colonia al limone, e si è sentito sognare: primo per carisma politico, e soprattutto arbiter elegantiae come Petronio di Roma imperiale. Ormai gli pareva di aver conquistato i cuori di tutti, dal Corriere della Sera al Messaggero, da La7 a Rai 1 e 3, da Sky al Fatto quotidiano, da Merlo a Travaglio.

Improvvisamente ha scoperto di essere solo l' avvocato dei tartufi e della sinistra al caviale. Ed è stato visibilmente felice quando Matteo Salvini lo ha battuto come un incudine con il suo martello di retorica popolare e diretta. Non era masochismo. Ma così ha potuto esibirsi come un San Sebastiano, e giustificare la sua natura di foglia di fico a forma di pochette per coprire poteri assai più oscuri e rossi di lui, povero Unto, anzi Untorello...

di Renato Farina

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