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Tensione

Luigi Di Maio, il suo unico sorriso al Senato quando gridano "pagliaccio" a Giuseppe Conte

11 Settembre 2019

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Luigi il freddo. Da quell' 8 agosto lì - quando si è consumato lo strappo di Matteo Salvini, il contraente del «cambiamento» - nemmeno Maurizio Crozza riesce a strappargli un sorriso: Di Maio è una statua di ghiaccio. Se sembrava comprensibilmente sperduto quando Giuseppe Conte si è messo a martellare di insulti l' ex vicepremier del Carroccio il 20 agosto, il giorno delle dimissioni-farsa al Senato, di vera e propria freddezza si è trattato durante l' intervento dell' ex avvocato del popolo alla Camera, per il primo voto della fiducia ai giallorossi. Il volto del capo politico dei grillini non lanciava segnali: inespressivo, con un' aria da risentito. Addirittura, come hanno mostrato le telecamere di Quarta Repubblica, è uscito per ultimo lunedì da Montecitorio, a luci quasi spente: per non incrociare nessuno e non rilasciare dichiarazioni.

Non ride più, si dice. A meno che... dai banchi della Lega non inizino a partire i «buffone» a raffica rivolti proprio al premier Conte, come è avvenuto ieri. E allora sì che a Luigi Di Maio scappa finalmente un segnale di vita, un cenno. Un sorriso. Rivelatore.

Video: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

Certo, sulla carta - è l' augurio della fidanzata Virginia Saba affidato, in stile Bergoglio, a ben quattro quotidiani - il Conte bis dovrà conformarsi come il «governo del garbo»: versione riveduta e corretta della sobrietà montiana. Peccato, però, che a spezzare l' incantesimo di una luna di miele che mai nata (i sondaggi danno il gradimento dei giallorossi a un misero 39%) sembra destinato proprio il neoministro degli Esteri e suo compagno.

Colui al quale questo «governo di svolta» non va proprio a genio perché a "svoltare", finora, sono stati gli altri. A partire dal premier a cui - questa è la versione di Luigi - avrebbe ceduto per ben due volte lo scettro di palazzo Chigi. E cosa fa allora quello stesso che, "intercettato" dal microfono acceso pochi istanti prima di uno dei discorsi d' esordio in Aula, chiedeva proprio a Di Maio l' autorizzazione per pronunciare alcuni passaggi? Si è messo a "capo" della corrente con cui triangola amabilmente con Grillo e Fico.

Insomma, i retroscena sui dolori del giovane Luigi nei confronti del premier in pochette abbondano. Partiamo però dalla scena. Dalla squadra di governo vengono "tagliati" i vicepremier (per tagliare proprio Di Maio), la cassa (il Mef) finisce al Pd insieme all' indicazione del Commissario Ue? Frutto, tutto questo, di una trattativa conclusa personalmente da Conte? E Gigino qualche ora dopo sposta palazzo Chigi alla Farnesina, portando tutti i ministri 5 Stelle a discutere del cronoprogramma: non esattamente quel «metodo di condotta politica» tra «equilibrio e misura» con cui Conte intende correggere la grammatica istituzionale rispetto all' anarchia - di stampo salviniano - dell' esecutivo gialloverde.

E ancora: Conte nel suo intervento a Montecitorio promette un «procedimento senza sconti per gli interessi privati» sul caso del ponte Morandi ma non pronuncia apertamente il termine "revoca"? Ci pensa Di Maio a completare il testo, twittando senza giri di parole la «revoca delle concessioni autostradali». Stesso discorso sul taglio dei parlamentari: per il premier va affiancato a un percorso di «garanzie costituzionali»; per Di Maio anche su questo «è il momento di correre».

Se sui temi, per non schiodarsi dal governo, è chiaro che troveranno la formula per accontentare tutti, saranno ancora le poltrone il metro di valutazione degli equilibri di questo nuovo canto e controcanto tra Conte e Di Maio. E a proposito di poltrone, in verità, l' unico Di Maio ridens è stato quando al Colle giurava per la sua di poltrona con annesso occhiolino del premier (che però in quell' occasione non parlava). Poi è sceso il buio.

Si capirà dall' attribuzione del sottogoverno adesso - ossia dai viceministri e dai sottosegretari - l' ennesimo round della sfida tra il premier e il ministro per il posto da "titolare" pentastellato. Ecco perché Gigino è teso: non c' entra il disagio di sedersi accanto al Pd. E per questo ieri si è lasciato andare a un primo sorriso rivelatore. Perché «buffone» allo Stadio San Paolo era sempre l' arbitro...

di Antonio Rapisarda

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Commenti all'articolo

  • gino505

    11 Settembre 2019 - 16:04

    Ridi ancora per poco. Noi terremotati abbiamo poco da ridere. Stiamo arrivando . Non siamo come i migranti.... Siamo incazzati di brutto.

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  • Carlito58

    11 Settembre 2019 - 13:01

    un gradimento dei giallorossi al 39% ?? ..... se fosse vero è una tragedia !! ...è tantissimo !! per le canaglie di cui parliamo ... significa che presi globalmente siamo messi malissimo a quoziente intellettivo ....

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  • gorialdo49

    11 Settembre 2019 - 12:12

    di solito i pagliacci fanno ridere.........

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