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Ministro senza potere

Giovanni Tria, il retroscena sul disastro in Europa: "Turista dell'economia", si è scusato invece di...

3 Ottobre 2018

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Ieri lo spread ha ballonzolato intorno ai 300 punti, per poi chiudere a quota 302. La soglia psicologica da non sorpassare per mantenere credibilità internazionale e non pagare interessi troppo salati sul debito pubblico è stata varcata. Sul banco degli imputati ci sono i vicepremier Salvini e Di Maio, responsabili dell' aumento del rapporto tra deficit e Pil e il ministro Tria, rispedito a casa dall' Europa per fare i compiti è dipinto come la vittima del terribile duo.
Ci sfiliamo dalla narrazione comune alle forze dell' opposizione e ai cosiddetti salotti buoni per focalizzarci sulle responsabilità di Tria.

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Non stiamo parlando di un giovanotto alle prime armi bensì di un ministro settantenne, professore universitario, insediato con il beneplacito del Quirinale e che ha avuto un' investitura talmente forte da scavalcare Paolo Savona, il candidato di M5S e Lega per l' Economia. Eppure, l' uomo sembra lì per caso. È partito garantendo che ci sarebbe stato spazio un po' per tutte le promesse elettorali giallo-verdi, dalle pensioni alla riduzione fiscale, al reddito di cittadinanza, ma che al contempo i conti sarebbero rimasti in sicurezza. Poi ha fissato all' 1,6% la linea del Piave del deficit, ammonendo tutti che aveva «giurato nell' esclusivo interesse della nazione». Dopo questa dichiarazione da leone, il ministro ha accettato che Di Maio e Salvini tracciassero i contorni della manovra in un vertice da cui è stato escluso, per poi sottoscrivere una decisione alla quale fino al minuto prima era fermamente contrario.

Fiducia cieca - Lunedì si è recato all' Eurogruppo, la riunione tra i ministri delle Finanze dei Paesi che hanno l' euro e che si tiene sempre alla vigilia dell' Ecofin, il vertice tra i responsabili dell' Economia dell' area Ue, e ha fatto una figuraccia.
Con una cieca fiducia nel proprio inesistente carisma ha provato a convincere i colleghi che «il debito italiano diminuirà» perché la manovra stimolerà una crescita straordinaria. Visto il pulpito e considerato che l' uomo che parlava aveva in mano una cartelletta piena di fogli bianchi, la risposta è stata una sonora pernacchia e un invito a togliere il disturbo.
Cosa che egli ha fatto senza fiatare, naturalmente a mercati aperti e dichiarando che tornava a Roma e non avrebbe partecipato all' Ecofin in quanto doveva scrivere la Finanziaria.
Un disastro così macroscopico da chiedersi se non sia stato cercato dall' uomo, per trovare una scusa che convinca Mattarella a permettergli di levare le tende o, peggio, per fare un favore all' Europa e rafforzare le pressioni su Di Maio e Salvini affinché cambino la manovra in ossequio al Colle e a Bruxelles, che sono i due veri referenti di Tria. Il ministro infatti non ne ha azzeccata una. Essendo professore, avrebbe dovuto imparare che se non si sono fatti i compiti è meglio starsene a casa anziché offrirsi volontario per l' interrogazione. E comunque, una volta messo alle strette, se si è del mestiere bisogna inventarsi qualcosa. «Fidatevi, studierò» non è la risposta giusta. E ancora, l' aver fatto una figuraccia non è un buon motivo per farsi cacciare da un tavolo dove si ha diritto a stare.
Non si molla l' Ecofin quando si deve rappresentare l' Italia. Se lo si fa, è perché si intende mettere in difficoltà il proprio Paese non aiutarlo. Ma Tria è così. Quando sente per telefono Mattarella, rappresenta il Colle. Al cospetto di Di Maio e Salvini fa il gioco di Lega e Cinquestelle. In Europa, diventa il miglior alleato di Juncker e Merkel. Se mette piede al ministero dell' Economia, conferma tutti gli uomini insediati dal Pd nel segno della continuità con Padoan. Non vuole rotture, pertanto le scarica su di noi.

Dare battaglia - Un vero ministro sarebbe rimasto a Bruxelles a dare battaglia. Non ci si fa cacciare dalla riunione condominiale perché si è indietro con il pagamento delle spese. Anziché farsi sculacciare in eurovisione, Tria avrebbe potuto attingere ai propri saperi economici e contrattaccare.
Argomenti ce ne sarebbero.
Mi limito a uno. L' Europa ha fallito ed è in crisi. Non lo sostengono solo Salvini e la Le Pen, è l' ultraeuropeista Macron il primo a dire che va cambiato tutto, e pure la Merkel ha fatto ammenda.
L' onda sovranista monta in tutto il Continente, non è un caso solo italiano, quando però si tratta di passare dai mea culpa ai fatti, Juncker e compagnia marcano visita. La loro risposta alle lamentele delle popolazioni è una sola: meglio noi dei sovranisti che vogliono riportarci agli anni Trenta e che faranno fallire economicamente gli Stati che li hanno eletti. Eppure, se davvero Juncker e Merkel credessero a quel che dicono e volessero cambiare l' Europa per fermare l' ondata fascista avrebbero frecce e non parole al loro arco. Governano ancora loro, possono fare riforme. Se credono nell' Unione Europea possono varare l' unione fiscale e quella bancaria, mettere le basi per gli eurobond o per un unico bilancio comunitario di tutti gli Stati. Invece, niente di tutto questo. Il loro agire è la prova che non vogliono cambiare nulla, ma solo, evocando un futuro di sventure qualora se ne andassero, preservare il loro potere e un' Unione dove gli Stati forti schiacciano quelli deboli. Un po' poco per convincere un elettorato che non ne può più di loro e dei loro traffici.

di Pietro Senaldi

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