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Sul campo

Arquata e il terremoto, il reportage due anni dopo: Quello Stato che non li abbandona

11 Settembre 2018

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"Siamo stati abbandonati, dimenticati", è l’amaro leit motiv degli sfollati del terremoto 2016 che a quasi due anni dall'ultima, violenta scossa temono lo Stato non si ricordi più di loro. Una preoccupazione comune, come comune è la transenna bianca e rossa che sbarra l’accesso agli antichi borghi appenninici da Muccia a Visso, da Castelluccio ad Accumoli fino ad Amatrice e ad Arquata del Tronto. Ed è proprio nell’ascolano, nelle frazioni di Piedilama e Pretare che il senso di sconforto sale fra oggetti di vita quotidiana sparsi sulle macerie, in un silenzio totale interrotto solo dai motori dei caterpillar dell’Esercito Italiano, lì presente dall’inizio dell’emergenza. 


“Il braccio meccanico ha una benna per raccogliere le macerie e una pinza per demolire, pezzo dopo pezzo, muri pericolanti. Ciò che va abbattuto è scelto, con attenzione, in base alle indicazioni di un’apposita commissione; se poi si tratta di strutture e monumenti di interesse storico-culturale si interviene solo inseguito ad ok del Mibact” spiegano gli operatori del 6° Reggimento Genio Pionieri.  

Il braccio meccanico sta smontando una casa su due piani costruita lungo una strada. E’ importante che le arterie di comunicazione siano in sicurezza: nessuno ci pensa, ma ancora oggi non è facile arrivare nei luoghi del terremoto e un crollo può causare ritardi e disagi per molte ore. La pinza inizia dal tetto e l’abitazione comincia ad aprirsi: al suo interno ciò che i proprietari hanno deciso di lasciare. 

“Prima di tutto ci confrontiamo con loro che valutano cosa salvare. E’ un momento doloroso, perché spesso gli oggetti sono ricordi di vita vissuta ed è dura selezionare gli affetti” spiega Arianna, Caporale che ad Arquata è ormai da un anno e mezzo. Ad un tratto la macchina si ferma ed interviene un team di tute bianche. 


“Hanno trovato l’amianto. Capita perché alcune strutture sono state realizzate prima della normativa sull’eternit ed è importante che non si sbricioli per evitarne la dispersione”. Un lavoro intenso circondati da un panorama desolante in località nelle quali, tuttavia, gli abitanti sembra siano tornati ad una quasi normalità. Quasi perché non è facile vivere e lavorare in container a due passi da quella che era casa tua e che vedi ancora, ogni giorno, con i segni causati dalle scosse. Pochi secondi che hanno cambiato il modo di vivere di migliaia di persone, talvolta convinte che lo Stato si sia completamente dimenticato di loro: “Di noi non parlate mai!” esclama adirato un signore a Muccia, comune del maceratese fra Visso e Camerino, mentre rientra a casa nel suo villaggio di “moduli”. La paura di molti sfollati è che consegnate le abitazioni di emergenza l’opinione pubblica si sia convinta che tutto si sia risolto per il meglio. 

Lungo la provinciale si incrociano mezzi militari e pattuglie dei carabinieri; nei villaggi c’è sempre un container-stazione dei militari dell’Arma testimonianza di uno Stato che non ha mai abbandonato e che non abbandona chi è in difficoltà. Uno Stato che ha il volto di uomini e di donne impegnati in un’opera silenziosa, lontana dai riflettori ma costante e continuativa e che si imbarazzano un po’ quando vedono una videocamera e un microfono perché certi di fare una cosa normale, il loro dovere. 

di Marco Petrelli 
@marco_petrelli

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