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Complimenti per la trasmissione

E in tv apparve Vito Crimi il mediocre di successo che volle farsi Re

Dai Tg sbuca la figura del Reggente del M5S

La parabola di un ragazzo fortunato, dalla cancelleria dei tribunali allo scranno più alto dei 5 Stelle

27 Gennaio 2020

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Ecco che arriva Vito Crimi

Il "Reggente"

La parabola di un ragazzo fortunato, dalla cancelleria dei tribunali allo scranno più alto dei 5 Stelle


 Quando Mussolini, al lampeggiare del proprio declino, nominò capo del Partito Fascista Achille Starace, i camerati di lungo corso espressero le loro riserve: “O Duce, ma perché hai nominato Starace? E’ un cretino”. “Sì, è un cretino ma è fedele…”, rispose il Duce, certificando che anche la mediocrità al potere ha il senso della tempistica.

Ora, Grillo non è il Duce. E Vito Crimi, appena nominato Capo politico dei 5 Stelle dopo la dipartita di Di Maio e già tambureggiante nei tg, e invocante dalle colonne del Corriere della sera i “pieni poteri” con scatto impensabile per un “orsacchiottone” -copyright Roberta Lombardi- della sua mole; be’ magari non sarà un cretino.  Ma come mediocre è invincibile. E proprio sulla mediocrità, come sull’arte dell’abbozzare e sulla propensione ad adattarsi silente, dalle retrovie, al Palazzo fino a far parte delle mura stesse, Crimi ha pazientemente costruito la propria carriera. Una carriera non malaccio, bisogna riconoscerlo. Specie per un 47enne palermitano del Brancaccio con due mogli (la prima mollata per una compagna di partito) e due figli; e la pelata lucida e lo sguardo triste d’aspirante testa d’uovo inchiodato ad un lavoro modesto di cancelliere alla Corte d’Appello di Brescia e col rimpianto di non aver mai raggiunto la laurea in matematica. Però, come in un romanzo di Victor Hugo, ecco arrivare il lampo delle Divina Provvidenza: nel 2013 Vito passa per caso -come tutti i candidati - dalla parte del Movimento 5 Stelle e viene risucchiato dal tornado, finendo in Parlamento. Per due volte. La prima volta ve lo ricordate perché, nella mitica scena dello streaming in cui ci si divertiva a prendere a sberle Bersani, Crimi era quello cicciotto dal lessico incerto, seduto alla sinistra di Roberta Lombardi che ridacchiava “Ahò, ma mica stamo a Ballarò…”. La seconda volta che si sentì parlare di Vito fu quando, già sottosegretario a Palazzo Chigi con delega all’editoria, venne intercettato al telefono sulla considerazione che aveva dei giornalisti: “sono un branco di deficienti e puttane che non vogliono lavorare, io li odio”. E infatti Crimi fece il diavolo a quattro per tagliare i fondi alle testate, specie a quella Radio Radicale (il cui direttore, il compianto Massimo Bordin lo riteneva “un gerarca minore”) che si salvò in extremis dalla furia del novello Robespierre. Poi lo si ricorda per gesti atletici minori: un sonnellino tra gli scranni del Senato durante una diretta parlamentare; l’aggressione verbale nel mezzo delle elezioni del 2014 (“Ladroni leghisti!”) ad un passante che aveva la sfiga d’indossare una camicia verde; l’affermazione “Il M5s non è mai stato contro l’Europa” quando fu proprio lui, nel 2015, a consegnare al Senato 200mila firme per organizzare un referendum per l’uscita dall’euro. Cose così. Che l’hanno reso, per il periodo breve ma intenso di capogruppo al Senato, oggetto della satira tv del Glob di Enrico Bertolino in Rai: lì Crimi era una specie di Pulcinella dalle mani sudate che veniva preso a scudisciate dalla Lombardi versione fetish.

Di sé, in curriculum, Crimi scrive: “Nessuna pendenza giudiziaria, nessuna condanna, nessun procedimento né penale né civile mai avviato nei miei confronti. Nessuna esperienza politica né alcuna carica pubblica. Nel 2010 candidato alla Presidenza della Regione Lombardia per il MoVimento 5 Stelle”. La qual cosa, di prim’acchito, potrebbe apparire di rara ingenuità, ma è la modalità di Crimi per confermare l’ottimo rapporto che da anni coltiva con la magistratura.

Poi basta. Pochissime apparizioni pubbliche, nessuna polemica interna o esterna, nonostante non ami né Conte né Zingaretti, abbastanza ricambiato. Bisogna riconoscere che, conscio dei propri limiti da mediocre di talento, Crimi non ha mai cercato i riflettori ed è tornato sempre a fortificarsi all’ombra del Capo. Chiunque fosse il capo. Più che il Kissinger di Di Maio, Crimi è lo Sbardella di Grillo: personalità rarefatta, fedeltà cieca, pronta e assoluta, efficienza indiscutibile. Per dire: dei dieci fondatori del Movimento in Lombardia Vito è l’unico rimasto in sella, gli altri sono scappati o espulsi. Ed è per tutto questo, che l’ex assistente di tribunale a 1500 euro al mese, oggi gode si ritrova a fare il Capo. Anzi, il “Reggente”, che è diverso. Ad esser pignoli, oggi, il viceministro dell’Interno a cui la ministra Lamorgese non s’è mai sognata d’assegnare nemmeno la delega per fare il caffè (e ci sarà un motivo) confonde il ruolo di “reggente” -cioè di membro anziano del comitato di garanzia che dovrebbe entro 30 giorni indire nuove votazioni sulla piattaforma Rousseau- con quello di piccolo monarca. Che, in effetti, si attagliava perfettamente a Di Maio. Ma questi sono dettagli. Il quadro d’insieme è che Crimi, in queste ore, è entrato subito nella parte. Ha messo il faccione ferocemente pacioso nel comizio di chiusura dell’M5S a Cesena, insieme al candidato più sfortunato della storia pentastellata, quel Simone Benini immolato all’altare della purezza del Movimento (il 5%, al momento in cui scrivo, un disastro totale); ha pompato la faccenda del cuneo fiscale promettendo tagli in busta paga per gli astanti; e ha minimizzato sul M5s frammentato dalla diaspora e dai casini interni sostenendo, a fiero petto, che “il Movimento sta crescendo, sta riorganizzando se stesso, questo conta, non importa chi ci sarà dopo”. Naturalmente “dopo” conta di esserci ancora lui; è una vita che ci lavora. Un particolare che dovrebbe far riflettere è che Crimi -come Renzi- è uno scout; e, fedele al motto scoutistico dell’estote parati, è sempre pronto. A cosa di preciso ancora non si capisce bene. Ma non sia mai, un’altra botta di culo...


 

 
 

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