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Gig-economy: 1 mld di occupati in lavoretti nel limbo dei diritti

Ichino: interfacciare le piattaforme direttamente con l'Inps

4 Giugno 2018

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Trento - (askanews) - Sono da 700mila a circa un milione di persone; sono quelli che bussano ogni sera alle porte di casa per consegnare - dopo aver sfidato in bici il traffico cittadino - la cena ordinata via internet; ma moltissimi di loro - circa il 70 per cento - lavorano solo via computer per compilare testi, e gestire file e file di dati.

Sono i lavoratori della gig-economy, quelli che vedono definire il proprio impegno come "lavoretti", ma che in realtà costituiscono una nuova classe di lavoratori che non esisteva solo due anni fa. Il loro lavoro è mediato da una piattaforma digitale, un algoritmo che mette in contatto in modo strutturato e continuativo offerta e domanda di prestazione. Una classe di lavoratori considerati autonomi, che in effetti tali non sono e non trovano al momento alcuna collocazione tra le formule a tutela dei diritti e della sicurezza del lavoro. "Se vogliamo mettere a fuoco e risolvere il problema occorre superare la distinzione tradizionale tra lavoro subordinato e lavoro autonomo e dettare delle discipline specifiche per il lavoro organizzato attraverso la piattaforma digitale - dice il giurista Pietro Ichino, che alla fine della scorsa legislatura ha presentato una proposta di legge su queste tematiche - Per esempio prevedere che il titolare della piattaforma debba interfacciarsi con l'Inps e pagare le retribuzioni rispettando un minimo retributivo e una contribuzione minima essenziale in campo contributivo e anti -infortunistico" .

Di gig-economy se ne è parlato al Festival dell'Economia di Trento, nel corso di un dibattito dove sono stati anticipati i dati provvisori di una indagine della Fondazione Debenedetti e Inps che ha tentato di definire le dimensioni e le caratteristiche del fenomeno. Il 50 per cento dei gig-worker sono donne, solo il 3 per cento sono immigrati; per 150-200mila di loro si tratta del lavoro principale e per almeno 350mila persone di un lavoro per "arrotondare" altri introiti. Settantamila sono i "rider", dei quali 10 mila circa per il food che fanno capo a sole 5 aziende "big" del settore. I rider sono i più visibili, e si sono fatti anche propulsori di iniziative di tutela alle quali per il momento c'è stata risposta solo da parte di Enti Locali in città come Milano, Roma e Bologna.

"Le iniziative che abbiamo visto in questi ultimi mesi, ovvero una prospettiva metropolitana di riuscire ad imporre una tutela maggiore sia dal punto di vista del salario sia per la copertura dei rischi sono sicuramente delle iniziative positive che ovviamente devono rientrare in una unica cornice nazionale in modo tale da consolidarsi - commenta Marta Fana, ricercatrice della SciencesPo di Parigi, e autrice di un libro dal titolo tanto critico quanto esplicito: 'Non è lavoro, è sfruttamento' - Quello che però si riscontra è che le piattaforme ovvero le società controparti non si sono mai volute sedere al tavolo e il confronto è negato proprio dalla parte datoriale".

Solo il 35 per cento dei gig-worker conosce le caratteristiche del suo ingaggio: un dato che mette in evidenza quanto sia importante una consapevolezza maggiore dei propri diritti e una formazione più ampia anche rispetto alle nuove formule di lavoro. "Sicuramente la formazione sarà uno degli elementi portanti della risposta a questo processo di cambiamento e di automazione. L'altro è sicuramente tutto quello che ha che fare con le politiche del lavoro e con le politiche sociali - sostiene Stefano Scarpetta direttore per l'occupazione dell' Ocse - E' un fenomeno recente quello della gig-economy, ma si sta evolvendo in maniera molto rapida. Quindi piuttosto che aspettare il futuro e le sfide che questo comporta, bisogna cominciare ad adeguare i sistemi di protezione sociale e le politiche del lavoro a questi cambiamenti che si stanno già avvenendo oggi e si accelereranno nel futuro".

Tutele per la malattia, disoccupazione e di tipo previdenziale sono le protezioni più richieste dai gig-worker, disposti anche a pagare qualcosa sulla retribuzione media di 12,3 euro l'ora pur di vederle riconosciute.

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