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Il viscerale debutto di Emma Glass: il linguaggio è tutto

Incontro con l'autrice de "La carne" (Il Saggiatore)

29 Marzo 2018

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Milano (askanews) - Peach è una ragazza, vegetariana. Lincoln è un uomo salsiccia che la perseguita, e le fa male. Fino a quando la giovane non si ribella, mangiandoselo, per poi scomparire anche lei. C'è qualcosa di strano, qualcosa di inedito, nel romanzo "La Carne", opera prima della britannica Emma Glass che in Italia esce per Il Saggiatore. Un libro viscerale, umido, molto fisico, nel quale il linguaggio gioca una parte decisiva.

"Sono stata molto ispirata da James Joyce - ha spiegato Emma Glass ad askanews - in particolare lo stream of consciousness dell'Ulisse, non la storia, ma le parole mi avevano colpito mentre lo leggevo. Ma ho amato molto anche lo stile astratto di Gertrude Stein, che sapeva creare le immagini più meravigliose partendo da un linguaggio molto semplice. Così quando ho capito che volevo scrivere ho capito anche che quello che mi interessava, più che raccontare una storia era far passare una sensazione profonda".

E la storia di Peach e della sua strana vita è oggettivamente profonda, carica di ambiguità e di momenti che chiunque, pur nella favolistica scelta dei personaggi, può riconoscere come parte della nostra quotidianità. Qui sta il valore del libro e anche la consapevolezza della scrittrice, nonostante la sua giovane età.

"Tutto comincia con il linguaggio - ha aggiunto - io iniziavo scrivendo qualche parola, poi cercavo di ricreare il tipo di emozione, il flusso... C'era una assenza di regole, una libertà che mi ha spinto a scrivere, proiettandomi in una sorta di sogno, nel quale il resto del mondo doveva essere il sogno".

Naturalmente la figura di Peach è cruciale, a partire dallo stesso nome, che nella versione originale è anche il titolo del romanzo. Ma il suo destino è comunque letterariamente segnato.

"Lei - ha concluso Emma Glass - è in un certo senso il contenitore per le emozioni, le ho convogliate in lei. E' partita come una donna, con la D maiuscola, ma presto mi sono resa conto che doveva avere una scadenza, scrivere mi rendeva esausta e sapevo che doveva arrivare una fine. Doveva essere come un frutto: doveva essere meravigliosa e intensa per un breve periodo e poi doveva disintegrarsi. Come quando dimentichi una pesca o una mela da qualche parte e quando la ritrovi due giorni dopo completamente coperta di muffa. Perché questa storia funzionasse ho capito che dovevo scriverla molto intensamente in poco tempo".

L'intensità, ma anche la corporeità e lo straniamento restano addosso alla fine della lettura, come accade con quelle storie che ci toccano in profondità, proprio nel nostro essere umani. E di solito questo accade con la buona letteratura.

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