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Persecuzione dei rohingya birmani, San Suu Kyi: "Non ho taciuto"

Onu: consentire ritorno ai 600mila profughi fuggiti in Bangladesh

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Naypyidaw, Birmania - (askanews) - Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, attualmente consigliere di Stato e ministro degli Esteri della Birmania, nel corso di una conferenza stampa a fianco del segretario di Stato statunitense Rex Tillerson ha respinto l'accusa di essere rimasta in silenzio a proposito della dramma dei rohingya musulmani birmani perseguitati .

"Non capisco perché si dice che sono stata zitta" ha detto San Suu Kyi. Non è vero. Al contrario, ho continuato a diramare comunicati dal mio ufficio e ho fatto anche diverse dichiarazioni di persona. Penso che la gente ritenga che quanto dico non sia interessante. Ma quello che dico non deve essere per forza eccitante, deve essere giusto e mirato a creare più armonia e un futuro migliore per tutti, non per mettere gli uni contro gli altri" ha concluso il premio Nobel.

San Suu Kyi, duramente criticata da molte ong per non aver condannato le violenze e non essersi opposta all'intervento dell'esercito, ha incontrato a margine del vertice dei paesi dell'Asia orientale, a Manila, il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e il segretario di Stato statunitense Tillerson per trovare una soluzione alla crisi dei rohingya, minoranza musulmana priva di accesso al mercato del lavoro e ai servizi pubblici.

Nei colloqui Guterres ha ribadito la necessità di permettere il ritorno in Birmania di decine di migliaia di rifugiati rohingya fuggiti in Bangladesh e di realizzare una riconciliazione fra le comunità. Dall'agosto scorso oltre 600mila rifugiati hanno varcato il confine con il Bangladesh, dove sono ospitati in un enorme campo profughi e le Nazioni Unite hanno accusato l'esercito birmano di essersi impegnato in un caso da manuale di pulizia etnica.

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