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Obliteratrici rotte, controllori poco disponibili. E poi... L'odissea su un treno regionale

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Un viaggio su un treno regionale si può trasformare in una piccola (e costosissima) odissea. L’ho imparato a mia spese, quando ho dovuto prendere dalla stazione Termini un regionale diretto in provincia di Latina. Il cui biglietto, acquistato all’edicola onde evitare gli innumerevoli problemi che sempre mi accadono utilizzando la biglietteria elettronica, ha un costo inferiore agli otto euro.

Dopo avere acquistato il ticket mi dirigo verso le prime obliteratrici disponibili e, dopo innumerevoli ma vani tentativi di obliterazione, mi rivolgo a una ragazza vicino a me, che si offre di vidimarlo al mio posto. Essendo più giovane di me, confido nella sua abilità e dimestichezza con questi aggeggi, dove è scritto anche di timbrare spostando il biglietto a sinistra, come se già in sé il ticket (o la obliteratrice, chissà) debba scontare un qualche peccato originale di fabbricazione. Perché non si può timbrare dritto per dritto, mi viene da pensare? Ma il tempo stringe, e mi fiondo verso il binario. Per attraversarlo, perdo dieci minuti in coda al varco per la sicurezza, dove faccio presente che non ho potuto obliterare e chiedo agli addetti se possano farlo loro. Risposta negativa, loro sono di un’altra società, la risposta, e devo sbrigarmela una volta superata la barriera. Varcata la quale, scatta in me il classico istinto primordiale di sopravvivenza del passeggero.

Così mi faccio strada come posso, correndo con le mie tre valigie al seguito, per raggiungere il treno al binario che ‘indicativamente’ – unica informazione utile che mi è stata concessa al varco – dovrebbe essere quello che mi porterà all’agognata meta turistica. Poiché nemmeno ho avuto tempo di poter guardare con calma la cartellonistica, mi fiondo dal macchinista a cui domando, come prima cosa, se sia quello il treno diretto alla mia stazione. Ne ricavo un grugnito, a spalle voltate quindi inintelligìbile dalla mimica facciale, e mentre mi appresto a spiegare che non ho potuto obliterare il mio biglietto, mi accorgo che si stanno chiudendo le porte dell’agognato convoglio. Mi metto a correre verso una carrozza ancora aperta del treno, su cui riesco infine a salire.

Ancora col fiatone, mi accorgo che il treno è fermo, e il mio primo pensiero è di appurare se sono approdata nel posto giusto. Inizio così a interrogare il mio vicino di posto, che parzialmente mi rassicura, ma senza certezze perché non conosce la tratta nel dettaglio. Finché un giovane passeggero mi conferma di essere nel posto giusto, al momento giusto. Il treno intanto è partito, ma io sono serena e comincio anche una partita a Razzle, fiduciosa di avercela fatta. Prima che possa completare il match, che ovviamente perdo, ecco il controllore che mi intima di esibire il biglietto e dopo averlo guardato con orrore, con la faccia scura mi avverte che il mio non è un titolo valido. Tento di raccontare la situazione, ma capisco al volo che i dettagli rocamboleschi della mia partenza non gli interessano affatto. Si premura invece di farmi sapere che era lui stesso il capotreno e che sarei dovuta andare a cercarlo ‘dall’inizio del viaggio’.

Con le poche energie che mi rimangono, protesto che io l’ho cercato prima ancora che iniziasse il viaggio! Che se era lui l’uomo rinchiuso nella carrozza in testa che non mi ha mostrato alcuna compassione (come suppongo fosse, mentre ne considero a ritroso la corporatura), è lui stesso che mi ha liquidato con un grugnito e ha assistito impassibile alla scena – nonostante io gli abbia gridato disperata di riaprire la porta se possibile - della mia corsa contro il tempo per evitare la porta in faccia! Ma niente, non c’è verso di convincerlo, ma nemmeno di appurare se fosse lui, però mi sollecita un documento, che io gli porgo chiedendo vivamente di poter riavere il mio biglietto indietro. Perché dopo averlo pagato e tentato in innumerevoli modi di poterlo obliterare, senza successo, voglio avere almeno la possibilità di poter contestare una contravvenzione che a me sembra ingiusta e surreale.

“Da sei anni non si può più convalidare il biglietto a penna, signora, e poteva timbrare anche quattro ore prima”. La risposta mi fa ancora più arrabbiare, perché se avessi avuto il tempo, di certo non avrei tentato di imitare , senza riuscirci, lo scatto di Pietro Mennea, di cui non ho nemmeno il fisico.. E nemmeno, con tre valige enormi da caricarmi, avrei potuto cercare per tutto il treno il capostazione, cioè lui, con cui invece ho cercato di interagire nell’unico momento a me conveniente, ovvero poco prima della messa in moto del treno.. Ma niente, evidentemente per Trenitalia il mondo purtroppo non gira attorno alle esigenze del passeggero, ma intorno a quelle del capotreno e del regolamento regionale che deve aver inventato qualcuno dotato di grandissimo acume, ma non di certo un viaggiatore! Morale della favola, anche se non voglio firmare il verbale che mi viene rilasciato (scritto in caratteri microscopici, per cui occorrono sì dei super poteri), il capotreno mi molla in mano un titolo di viaggio sostitutivo, più un verbale di accertamento dove si legge che avrei violato l’articolo 10 della legge regionale Lazio 52/82, commettendo un ‘abuso o tentativo di abuso’ nell’utilizzo del biglietto stesso. Insomma, la categoria di violazione che si applica, sintetizzando, a chi tenta di alterare o contraffare il titolo di viaggio. Cosa che però io non ho assolutamente fatto, o almeno sono certa di non averlo fatto con il dolo di chi vuole ingannare le Ferrovie dello Stato, con la mia sovversiva idea di scrivere la data e l’orario del viaggio a penna nello spazio dove si convalida.. Rimane che il mio biglietto è sequestrato, il mio braccio di ferro col controllore decisamente perso perché lui scrive sul titolo che le macchinette della stazione Termini sono tutte funzionanti e che io non l’ho mai cercato per rappresentargli l’eventuale disfunzione (ma se lo avessi trovato in treno, siamo certi che lui sarebbe sceso ad effettuare i test a tutte le obliteratrici della stazione, o mi avrebbe creduto sulla parola?

Anche questo interrogativo lo ricaccio indietro, certa che non avrà mai riposta), e quindi vengo incasellata a pieno titolo come un viaggiatore trasgressore, passibile di vedersi sequestrato il suo biglietto regolarmente pagato, come prevede per i contraffattori il temibile articolo 10 della legge regionale sui trasporti. Non pago, durante la discussione il capotreno mi spiega che seduto nel vagone c’è anche un rappresentante delle forze dell’ordine, e che questi farà una relazione di servizio sulla vicenda, quindi è inutile protestare e richiedere il ticket, che ormai è saldamente in suo possesso. Così scopro, perché l’uomo è in borghese, che proprio l’unico passeggero che mi aveva aiutato a capire su che treno viaggiassi, è un ufficiale della finanza in borghese. Con molta gentilezza, il giovane mi chiede un documento, che io ritiro fuori senza protestare perché sono ancora incredula della vicenda che mi sta accadendo, e sotto gli occhi di tutti i passeggeri rimasti nel vagone (quello davanti a me si è prontamente cambiato di posto, forse per non venire associato dal capotreno a una pericolosa spacciatrice di biglietti farlocchi), e si annota i miei dati. Mi dice però sospirando, in un momento in cui il capotreno si è allontanato, che ci vorrebbe un po’ più di buonsenso.

Al ritorno del capotreno, ora si che sono proprio arrabbiata, protesto che appena arrivata a destinazione chiamerò i carabinieri, e che registrerò la conversazione, perché alla fine mi rendo conto di essere precipitata al centro dell’attenzione del convoglio, dato che il capotreno si fa prestare i biglietti di altri viaggiatori, obliterati correttamente, e me li sbatte in faccia per dimostrarmi che loro ce l’hanno fatta e io no!. Ergo, di tutte le cento obliteratrici in funzione alla stazione Termini, e su due biglietti correttamente timbrati che lui mi porge (uno per altro di cartone buono, non di carta velina scrausa come il mio), è impossibile che proprio io abbia avuto in sorte una (in realtà ben cinque) macchinetta guasta. Ergo bis, sono una contraffattrice e anche una mentitrice, che voleva truffare un viaggio da sette euro a Trenitalia.. Finisco il viaggio nel silenzio assoluto, con un umore nero, finché arrivata a destinazione scopro che se non pago la multa entro cinque giorni (sempre scritto in caratteri microscopici, e con stampato sopra il logo dell’azienda a rendere l’unica informazione essenziale ancora più incomprensibile), mi verrà comminata una maggiorazione pari a ben 500 euro di sanzione. Mi faccio due conti in tasca, e solo di avvocato capisco che non potrei permettermi la contestazione. Cerco così di pagare all’unica ricevitoria presente nella mia destinazione di viaggio, e in tre addetti si cimentano a capire a chi vada pagata la sanzione, prima di scoprire che, almeno da loro e in qualsiasi altro tabacchi o negozio con terminale elettronico, non si può pagare in quanto mancano le coordinate dell’azienda! E sul retro dell’accertamento, non è indicato a chi bisogna rivolgersi per poter pagare..

Morale finale della favola: mi tocca accorciare il viaggio e tornare alla Stazione termini e, pur convita di essere nel giusto e di non aver mai né “tentato” né “abusato” di alcun titolo di viaggio, finisco per pagare l’obolo di 50 euro a Trenitalia, piuttosto che sottopormi alla ulteriore trafila amministrativa, che include in ultima istanza il ricorso alla mediazione civile, tramite avvocato o associazione di consumatori. Con perdita certa di tempo, che per me (forse non per Trenitalia), è comunque denaro. Pagata la multa, mi viene lo scrupolo di tornare sul luogo del delitto, scrupolo del resto condiviso da ogni diligente criminale. Mi porto alle obliteratrici che mi hanno fatto lo scherzetto e scopro che sono tutte disattivate, ma senza alcun cartello che lo specifichi o ne indichi l’imminente riparazione. Accompagno due sperdute turiste francesi a chiedere lumi agli addetti alla sicurezza, dopo una fila di un altro paio di minuti, e mi rispondono che hanno segnalato il disservizio delle obliteratrici a Trenitalia da almeno due giorni. Mi arrischio a chiedere a chi posso segnalare ‘ora’, in tempo reale, il guasto, ma non è un problema loro. Loro lavorano per un’altra società e io sto bloccando la fila. E poi è pieno di altre obliteratrici, mi risponde l’addetto fermamente, a bordo stazione, superati i varchi del paradiso, dove poter timbrare. “E in ultima battuta, se il suo treno sta partendo, può sempre rivolgersi al capotreno”. Allora mi viene da sorridere mentalmente, augurando ogni bene alle ignare turiste francesi…

di Beatrice Nencha

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